Un viso come piace a me, maschile ma minuto; un corpo come piace a me, alto, pieno ma non grasso, tosto ma non palestrato; la pelle liscia, la carnagione scura, spalle larghe, petto villoso, braccia snelle ma sicure, gambe possenti ma slanciate.
Tanti, tanti baci, come piace a me, maschio, inequivocabilmente maschio, ma tenero, mai aggressivo ma maschio, maschio ma dolce; carezze, abbracci, niente lingua ma labbra, come piace a me, maschio, sereno e sicuro ma vagamente timido, parole misurate ma esaustive.
Il pene più grosso che abbia mai stretto tra le mani, non lungo, come piace a me, ma massiccio, perfettamente in equilibrio con un corpo possente ma agile, dinamico, "leggero".
Ti avrei voluto in me, ero pronto da prima di incontrarti, eri quello giusto, neppure una nota fuori spartito, ma tu ti accontenti, forse non ti piaccio, forse sei stanco di tuo, forse, chissà.
Di te mi rimane il ricordo di due orgasmi che si fanno uno in una sincronia impossibile a ripetersi tanto perfetta e il mistero di una fede al dito di cui mi accorgo solo dopo e che mistero diventa per irremovibili silenzi e sileziosi sorrisi.
Non ho mai creduto al presunto idillio della famigliola alla "mulino bianco", al contrario, per me "famiglia" ha sempre significato conflitto, limite, freno, condizionamento.
Intendiamoci, la mia famiglia mi ha sempre voluto bene, siamo e siamo sempre stati molto uniti e interattivi, ma mai in formula di biscotti o merendine della felicità stereotipata.
Eppure qui, seduto in un parco, vedo passare un lui e una lei con pargoli gaudenti al seguito e mi sento manchevole, incompleto, incompiuto. Non li ho idealizzati, anzi, riesco a formulare solo ipotesi tremende sulla realtà sostanziale e non apparente di queste famigliole, lontano anni luce poi dalla stracotta morale cattofascio da "centralità della famiglia", eppure loro mi sembra abbiano un senso pur nella peggiore delle ipotesi; io, un senso devo ancora trovarlo, ancora devo capire dove cercarlo.