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Utente: justonelie
Nome: Massimo
Sono un uomo, non un omosessuale!
"In fondo cos’è l’orgoglio gay? E’ voglia di trasformare senso di colpa, odio di sé, disprezzo sociale in autostima e dignità. D’altronde, se una persona, per ottenere il privilegio di essere semplicemente se stessa nella vita, avesse dovuto sfidare, suo malgrado, la famiglia, la scuola e parecchie consuetudini sociali… non sarebbe un pochino orgogliosa anche lei di avercela fatta?"

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martedì, 24 marzo 2009
Välkommen

  Il primo svedese che mi ha rivolto la parola era, secondo il mio gaydar, quasi sicuramente gay; mi ha detto esattamente ciò che io avrei voluto dire al tizio della "lezione di vita". La situazione in effetti era identica, entrambi soli estimatori di uno spettacolo per noi assolutamente singoiare, entrambi infatti soli in quel posto. Peccato che quella frase universale attaccabottone l'abbia pronunciata prima in svedese e in un secondo tempo in un inglese corretto e consapevole. Io invece devo aver impiastrato qualcosa in non so che lingua anglosimile rovinando tragicomicamente la possibile occasione. Stavolta, vista la "lezione di vita", avrei saputo di dover fare qualcosa, ma se quel qualcosa si chiama "parlare in lingue che non conosci", alla prima si aggiunge un'ennesima lezione: sui libri quando si dovrebbe e non quando è troppo tardi.
  Andando via in macchina mi ha salutato con un gesto cortesissimo ed elegante.

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martedì, 24 marzo 2009
Un mito non muore mai

  Del mio attuale girovagare per la Danimarca dovrò conservare anche un ricordo non troppo piacevole.
  Non è vero che i ragazzi danesi siano tutti biondi, paradossalmente lo sono di più gli uomini dai quaranta in su. Non è vero neppure che siano generalmente così "più belli" che altrove, come pensavo io di nuovo.
  E' vero però che quando di nordico DOC ne incontri uno, biondo, carnagione chiara, magro, spalle larghe, viso maschio e "gentile" allo stesso tempo, movimenti composti e sicuri ma mai spavaldi, .. beh.. irresistibile come solo un mito può essere.
 (S)Fortunatamente le mie fattezze e/o il mio agire rendono immediatamente la mia condizione di intruso, perciò risulto per lo più invisibile, se non peggio, a cotali mitici indigeni (che siano tutti etero? In ogni caso si potranno permettere di meglio); se così non fosse mi potrei ritrovare in balia di un perfetto sconosciuto, posto che ad un mito, al mio mito, non potrei certo che dire solo, sempre, comunque ed esclusivamente "si".

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sabato, 14 marzo 2009
Lezioni di vita

  Assorto, con gli occhi sul cellulare, non ti ho visto arrivare. Quasi mi spaventa ritrovarti di fronte all'improvviso. Ho pensato subito che potessi pensare fossi lì ad aspettarti, ho dovuto andare via per fugare il dubbio. Ho sbagliato, me ne rendo conto. No, non ero lì per rimorchiare ma ero lì, e in fondo ti aspettavo davvero, senza saperlo. Torno sui miei passi ma probabilmente è tardi, a stento ti curi del fatto di rivedermi li. Mi siedo, rende l'idea dell'attesa. Non dovrei attendere, dovrei fare un passo verso di te forse, non sarebbe difficile, non so nulla di te ma so che sei qui dove sono io e non sono in molti a quest'ora della notte ad essere quassù, soli, a rimirar il luccichio della pianura. Saprei cosa dirti ma non riesco a rivolgerti la parola, non ce la faccio, attendo sia tu, spero sia tu, ma tu neppure, tu pure aspetti. Non mi importa che tu sia gay oppure no, non sono qui per rimorchiare, ma quanti saranno al mondo che la notte si arrampicano fin quassù per ammirare questo mare di luci, per cercare la pace che questo luogo ispira? Mi avresti capito, ti avrei capito. Ancora non ho incrociato il tuo sguardo ma già vorrei passare la notte su questa panchina ad ascoltare la tua storia. Aspettare non serve oltre, vai via rivolgendomi il primo, unico ed ultimo sguardo. Provo a seguirti da lontano sperando in una seconda opportunità ma la tua auto è a pochi passi e di te mi rimarrà soltanto quel rapido sguardo ed una lezione che, chissà perché, fatico ad imparare.
  Ho perso l'occasione, non saprò mai neppure se è stata o meno un'occasione e, se si, quanto preziosa; stavolta però forse la lezione almeno l'ho imparata.
  Quante infinite casualità ci hanno fatto incontrare, quanto improbabile potrà mai essere di nuovo? Sono i casi della vita, qualcuno li chiama "destino", ma io al destino non credo, comprendo invece che il caso è il contesto, non ci è dato disporne, ma la nostra storia non è già nel nostro destino, la nostra storia la possiamo fare noi in quel contesto, rivolgendo o meno quella parola già pronta, discreta, adeguata, innocua, scegliendo tra rischio e sicurezza, tra timori assecondati o affrontati, tra paura e coraggio.

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commenti (7)
Per alcuni scoprirsi accettarsi e cercare di vivere omosessuale può rivelarsi un'eperienza tutt'altro che "gaia". Gay a chi?