Sono brutto, probabilmente non un mostro e nemmeno sgradevole ma brutto. Posso provare a compensare con la gentilezza, con certa compostezza e certa attenta cura, ma la realtà rimane tal quale: sono brutto!
Sono brutto, dovrei saperlo, ricordarmelo, tenerlo sempre ben presente, per evitare, per esempio, di cimentarmi con affari che richiedono un minimo di piacevolezza, di seduzione, di naturale trasporto degli altri. E invece no.
E' come se non lo accettassi mai davvero sul serio, come se a un certo punto potesse passare per poi quindi inevitabilmente tornare a stupirmi e quindi offendermi.
Forse solo per vivere meglio o anche solo per non soffrire, ma questa mia consapevolezza è intermittente, oggi molto nitida, domani chissà, sbiadita, confusa e coperta da altre meno rilevanti, almeno fino quando non mi ritroverò di nuovo a confronto con uno specchio e qualche abito da provare: mi vedrò muovermi, mi vedrò parlare, mi vedrò ridere e di nuovo mi accorgerò di essere brutto, brutto, brutto, di non piacermi, di rifutarmi, di non volermi.
Brutto!
"Non sei ancora pronto", ancora troppo preso dal mio ex, sentenzia di nuovo qualcuno sotto presunto anonimato.
E quando lo sarò "pronto", di grazia? Quanti anni dovrò passare nel lutto per la perdita di un amore che in verità non ho mai avuto davvero mio? C'è un tempo di cottura minimo per diventare "pronti"? E a quanti gradi dovrei farmi cuocere? Ma soprattutto, se non mi assaggi nemmeno, come diavolo potrai saperlo se sono pronto oppure no, di tuo gusto oppure no?
Mi manca un lavoro decente. Mi manca un reddito dignitoso per qualcosa di più che sopravvivere. Mi manca una casa degna di questo nome. Mi mancano i soldi per cambiare la macchina che ha superato il decennio. Mi manca un gruppo di amici. Mi manca una famiglia che possa partecipare alla mia vita per come è davvero. Mi manca il coraggio per fare tante cose che pure desidererei fare. Mi manca autostima, fiducia, spensieratezza. Mi manca un po' di quell'entusiasmo ingiustificato che rendebbe belle anche le cose più insignificanti.
Mi mancano davvero un sacco di cose, tante, davvero tante, ma da qualche anno l'unica vera mancanza che sento predominante, sento dentro, mi rode dentro, che a volte mi fa stare proprio male, è la mancanza di qualcuno, "qualcuno con", "qualcuno per", qualcuno senza il quale il tutto sembra perdere gran parte del suo senso, qualcuno che chissà perché sento darebbe senso al tutto.
Voglio iniziare l'anno nuovo consegnando a questo mio diario e alla mia storia il nome della prima persona che ho amato. Per non dimenticarla mai, per non rinnegare un amore vero ma anche per andare oltre, per non fermarmi a quello che si è rivelato un amore impossibile.
Emanuele ha letteralmente cambiato la mia vita per sempre.
Per quanto nessuno potesse sapere, tutti, ma proprio tutti, si accorsero che in me qualcosa era cambiato, una luce negli occhi, un’energia che non avevo mai scoperto di avere prima.
Emanuele mi ha fatto sentire i batticuori più intensi della mia vita.
Emanuele mi ha fatto uscire allo scoperto con una naturalezza ed una spontaneità che mi stupirono e che non dimenticherò mai.
Emanuele conquistò la mia fiducia, incondizionata ed istintiva, senza che dovesse far nulla anzi nonostante ciò che faceva.
Emanuele era la persona perfetta per me proprio sul piano istintivo; non credo incontrerò mai nessuno che potrà farmi sentire così profondamente a mio agio.
Con e per Emanuele ho vissuto gli entusiasmi più travolgenti che abbia mai provato.
Emanuele poteva farmi eccitare ad una velocità che il più arrapante dei maschi non potrebbe mai.
Emanuele mi era entrato nel sangue, era davvero parte di me, lo sentivo dentro nonostante non si sia mai concesso veramente, nonostante avesse sempre marcato la distanza tra 'io' e 'tu'.
In effetti Emanuele non si concesse mai a declinare il genere 'noi' neppure nelle piccole cose, non tanto per l'incapacità di immaginarlo ma per l'impossibilità di prescindere dalla sua identità familiare, la famiglia di origine.
Emanuele era, e per chissà quanto ancora rimarrà, completamente dipendente dalla figura materna fino a limiti, ai miei occhi, davvero patologici. Ricorderò sempre la reazione cruda e sdegnosa alle mie provocanti carezze nel mentre aveva ancora in mano una fotografia di sua mamma. Psicologicamente succube della madre da cui appunto non ha mai nemmeno provato ad emanciparsi. Ricordo anche che dopo qualche tempo che ci frequentavamo mi sentii costretto a chiedergli se avesse anche un padre, figura completamente sbiadita ed assente, probabilmente anch'egli vittima dell'ipertrofia dell'ego della sua donna.
Emanuele, così disse, ha sempre saputo di essere gay e forse proprio per questo non si è mai preoccupato di accettarsi come gay. Non sono mai riuscito a sentirglielo dire infatti, con un tono minimamente serio, 'sono gay'. Accettarsi significa superare le colpevolizzazioni della famiglia (la madre) e della società.
E infatti Emanuele era ossessionato da "colpa" e "giudizio", trovava intollerabile il principio che qualcuno potesse farsi un'idea di lui non allineata alla propria di sé e sentiva come insopportabile il peso di una qualsivoglia responsabilità, le colpe invece non erano nemmeno contemplate come possibili.
Emanuele non guidava, chissà se guiderà mai, perché, udite udite, "non ho tempo". Ci ho impiegato più di un anno per costringerlo a cancellare questo assurdo dal suo parlare e credo di esserci riuscito soltanto da quello. Avrei dovuto fuggire quando questa cosa venne alla luce e infatti la prima rottura fu proprio su questa follia della percezione di sé, ma ormai ero già coinvolto e sentii la responsabilità di condividere questo suo handicap e di provare a superarlo insieme.
Emanuele era un vero maestro nella capacità di calarsi nelle maschere che di volta in volta si creava per scansare lo scomodo di se stesso, quello che lo avrebbe costretto alla presa di coscienza, al cambiamento.
Emanuele, poverino, aveva un disperato bisogno di scaricare su altri il peso dei propri limiti e così ad un certo punto io sono diventato il colpevole del fatto che lui ancora non riuscisse a guidare anche se l'ho conosciuto dieci anni, dieci, dopo aver preso la patente, o della sua nevrosi anti sesso anale.
Ebbene si, in due anni non sono mai riuscito a penetrare il mio ragazzo! Una volta, una sola, l'ultima che abbiamo fatto sesso insieme, tecnicamente la cosa riuscì per qualche istante ma con la partecipazione di chi sale su un patibolo e si rassegna alla propria fine.
Questa fobia che ha finito per ossessionare anche me è stata poi la causa di tanta distanza. La paura di dover fare “certe cose” lo costringeva a scovare i pretesti più impensabili pur di non passare la notte del sabato con me; durante la settimana non c'era una valida scusa per mamma per dormire fuori casa perciò il bimbo era al sicuro. L'happy hour con le amiche, amici-cugini-parenti-conoscenti che richiedevano le sue abilità di grafico (solo il sabato), il compleanno della sorella della vicina di casa di mamma, la festa delle castagne (ebbene si) con i vecchietti del paese di villeggiatura. Qualsiasi cosa pur di non compromettere la sua "integrità". Io attentavo con il mio trasporto e il mio desiderio nientemenoche alla sua “integrità”.
Il sesso è stato sicuramente il problema che ci ha separato irreparabilmente. Tutto il resto, strano quanto si vuole, non mi ha mai spaventato più di tanto, avrei badato a lui, così fragile e sperduto di fronte anche alle cose più banali del vivere quotidiano, ma l’essere rifiutato, allontanato, disprezzato e infine anche incriminato, mi ha via via portato alla rassegnazione. Puoi volere tutto il bene del mondo ad una persona ma se questa ti tratta, in intimità, come l’ultimo dei pervertiti incontrati per strada, sarà difficile che si instauri un rapporto duraturo.
Con Emanuele avrei volentieri passato il resto della mia vita se non fosse stato per la sua caparbia negazione dei suoi disagi e della conseguente impossibilità di porvi rimedio.
Per Emanuele avrei cambiato città, lavoro, amici e abitudini. Con Emanuele avrei iniziato una nuova vita, niente contava per me più del mio Emanuele, perché io Emanuele l’ho amato davvero.