E' un po' che non scrivo qui e questo dice di me un paio di cosucce interessanti.
Probabilmente io scrivo meglio sull'onda di emozioni intense, positive o negative che siano, piuttosto che in situazioni di calma piatta o di moderata riflessione. Probabilmente per me scrivere è un processo conclusivo, fatico cioè a mettere nero su bianco pensieri che non abbiano già preso forma, quand'anche una forma fluida e indefinita; quando non so cosa scrivere probabilmente non so nemmeno cosa pensare e proprio non mi riesce di scrivere senza pensare, sono incapace di tecnicismo della parola e questo magari è un pregio, chissà.
Scrivo più che altro per me stesso e mi pesa un po' il sentirmi in dovere di non lasciare zone d'ombra o salti temporali nella mia peronale microstoria qui raccontata. Mi pesa non tanto per l'intenzione di nascondere qualcosa o non voler rendere conto di qualcos'altro, mi preoccupa la perdita di contatto, quel prezioso rapporto di scambio che si stabilisce inevitabilmente con altre menti, altri punti di vista per me così preziosi.
C'è di bello comunque che io non scrivo solo qui.
Ieri erano nove mesi esatti da quando lo vidi per la prima volta.
Ieri sono stato male tutto il giorno per una decisione che non ero in grado di prendere, per quella debolezza che ti costringe a non fare, conteso tra forze potenti e antagoniste. L'occasione di una vita cui non vuoi rinunciare, la consapevolezza che la strada imboccata non conduce in nessun luogo, una forza dell'amore non abbastanza forte forse.
Ieri l'ennesimo ultimatum/predicozzo con però una perla di saggezza inaspettata quanto luminosa: ".. in fin della fiera cosa vuoi di più?"
Ieri ho deciso che più di tutto per me conta la serenità, la mia va bene, ma soprattutto quella che non sono riuscito in questi nove mesi a regalare alla persona che amo. Non sono riusicto a capire cosa volesse da me, posto che almeno a lui fosse chiaro; non sono riuscito a dargli quel poco che ho capito gli occorreva, non mi sarei più riconosciuto; non sono riuscito ad aiutarlo a crescere, non si rende conto di dover ancora crescere molto prima di azzardare certi programmi e certe prospettive; non sono riuscito a liberarlo da nessuno dei molteplici terrori che lo attanagliano, ho sottovalutato la forza della paura, la sua, e sopravvalutato la forza dell'amore, il mio; non sono riuscito a dargli la forza per guardarsi sereno allo specchio scorgendo insieme alle virtù i tanti limiti che avrebbe dovuto superare; non sono riuscito a farmi sentire al suo fianco per provarci a superarli, mi vede ormai come soltanto il giudice spietato che di lui cerca sempre e soltanto "difetti".
Ieri è stato il giorno ideale per arrendermi alla realtà: "non sono riuscito".
Oggi mi rendo conto di averlo compreso da subito anche se poi ci ho impiegato mesi per convincermi.
Il mio caro e amatissimo bimbo è "fermo" alla sua storia con il bel F. Non ho capito se fermo del tutto all'età in cui questa storia fu, se fermo all'impossibilità di comprendere perchè poi non fu sul serio, se fermo ai rimpianti, all'assoluta incapacità di autocritica che potrebbe spiegarlo; non lo so e basta. Sento con assoluta pienezza di sentimento che il mio bimbo è ancora là, perciò non può, per ovvietà di cose, essere anche qua con me.
Arrivato a questa conclusione, accettata nella sua totalità, introiettata nell'agire conseguente, la mia unica possibilità, folle per i più probabilmente, è stata quella di chiedere al mio bimbo di provare a sedurre nuovamente il suo bel F. ovvero, in versione esplicitamente dichiarata, di andare a letto nuovamente con il suo ex così da poter in qualche modo evolvere, in un modo o nell'altro.
Pazzesco, mi si dirà, se non fosse che lo stato di sospensione senza prospettive in cui sento essere finita la mia relazione a me pare molto più insostenibile della pazzia sopra descritta.
Lui ovviamente non ha accettato il mio invito ed ovviamente nega anche la minima possibilità che io possa aver visto giusto almeno sulla diagnosi.
Ho sempre pensato fosse questa possibilità il vero valore aggiunto di una coppia. Due persone che si amano concedono l'un l'altra libertà che non oserebbero mai altrimenti. Parlo del rendere trasparente la propria intimità emotiva e quindi di concedersi alla vulnerabilità, ma parlo anche dell'intimità fisica che non viene più interpretata a favore di un ruolo che si pensa dover sostenere ma che viene semplicemente vissuta, libera da tensioni o inibizioni, passione allo stato puro.
Pur evitando il didascalico per rispetto della privacy del mio bimbo, devo però lasciare qui, a mia futura memoria, una traccia di quella sensazione devastante che mi opprime quando quell'intimità che io pensavo naturale, preziosa, "nobile" persino, non solo tarda a venire ma anzi viene ripetutamente negata, rifiutata senza argomenti, condannata pur se teoricamente giudicata lecita anzi auspicata.
Io posso mettere in campo tutta la forza e la resistenza di cui sono capace ma percepire nella persona che ami il timore, il fastidio se non anche il disgusto di te ad ogni minimo approccio che miri ad una vicinanza partecipata più che "tecnica", è la più estrema delle prove per la propria autostima, in special modo per chi come me già ne ha poca. Se poi a questa distanza inspiegata ed inspiegabile aggiungi il rilancio del ben noto "la miglior difesa è l'attacco", il quadro si fa ancora più triste.
Devo ripiegare purtroppo, devo difendermi dal rischio di sottoscrivere la figura dell'individuo schifoso che il mio pupo mi prospetta alla voce "tu" per cercare di nascondere le proprie inadeguatezze. Chissà che il sollevarlo da certa intimità non gli conceda la possibilità di appronfondire quella davvero irrinunciabile, lasciarsi andare prima di tutto con il cuore.. il resto verrà.
Dice la mamma: "Dovresti amarti un po' di più".